"Sempre conficcata è la freccia nel fianco - impressioni B&W sui nativi d'America"
di Luciana Orofino e Giancarlo Torresani
Aprirsi all’altrove, lasciarsi straniare dalla percezione di una realtà mai uguale a quella immaginata, dimentichi di suggestioni coltivate in un’appassionata preparazione, liberi di mettersi in gioco in un’esperienza umana ancor prima che fotografica. Aprirsi all’altro. È questa la dimensione del viaggio di scoperta per Luciana Orofino e Giancarlo Torresani, una ‘verifica’ del proprio sentire attraverso la visione fotografica, fra tutte le molteplici possibilità, quella più autenticamente coinvolgente.
E proprio quell’uguale sentire, che si trasforma in omogeneità linguistica e narrativa, è la prima straordinaria evidenza di questo reportage, armoniosa sintonia di incastri che al termine del percorso narrativo distoglie lo spettatore dalla consapevolezza della doppia visione, lasciando spazio all’intensità del racconto.

Che sin dalle prime immagini, dominate dalla quieta pacatezza dell’osservazione del paesaggio, rivela la complessità di una struttura narrativa indissolubilmente parallela al lento procedere del viaggio, ma al tempo stesso, aperta al fluire degli irrefrenabili rivoli di un’erranza interiore che espande un percorso altrimenti verticale, facendo proprio un antico detto dei nativi d’America, “Grande Spirito, preservami dal giudicare un uomo non prima di aver percorso un miglio nei suoi mocassini.”

Già, perché tema del reportage, al cui titolo è affidato il senso di quest’esperienza, è l’esplorazione di un possibile rapporto d’integrazione fra culture, uno dei grandi temi della contemporaneità che gli Autori affrontano lontano dai facili riflettori dell’urgenza cronachistica, rivolgendosi ad un popolo, i nativi d’America, quasi dimenticato dal sistema dell’informazione globale.
“Sempre conficcata è la freccia nel fianco”, al termine di un percorso di 34 foto articolato in diverse sezioni, e intermezzato da 6 pannelli, è l’espressione di un volto dalla sguardo lontano, intriso di una consapevole, irresolvibile malinconia, metafora di uno sguardo sul cammino del proprio popolo ripercorso dal reportage, un tempo padrone del proprio destino, ed oggi costretto nelle enclave delle riserve.

La mostra, stampata su fine-art da AntonioManta, si apre con una sezione dedicata a quegli spazi saldamente insediati nell’immaginario iconico collettivo, grandiosamente monumentali ed ostili, quasi inaccessibili come le costruzioni sacre incastonate nella roccia, dove ha inizio la storia dei nativi d’America; ed è con le suggestioni di quell’iconografia della frontiera che gli Autori fraseggiano, con una rappresentazione in cui rivive il rigore compositivo di Ansel Adams e, al tempo stesso, il paziente rituale di interiorizzazione del paesaggio di Robert Adams.

Quei luoghi, che un tempo contenevano i primi americani, non sono ormai che l’impronta di luoghi contenuti nel mondo interiore di questo popolo, che a tratti riemerge come una fitta dolorosa dal fondo degli sguardi, così lontani dall’austera fierezza fissata dai ritratti di Edward Curtis.
Per tutti gli altri, si tratta di luoghi come topos immaginari e onirici, che ancora oggi, insieme al mito della frontiera, incarnano un ideale di libertà, e pertanto, meta di un popolo on the road che ne abita il medesimo sogno controculturale come i bikers.

E poi il viaggio con il suo andare, attraversando con la Route 66 il set di un altro immaginario, “osservando per la prima volta”, come Stephen Shore, “gli immensi spazi deserti del paesaggio americano attraverso la cornice del finestrino di un’auto”, fino ad un distributore abbandonato, totem iconico di un’epoca che vive ormai di memorabilia.

Un andare che scandisce il ritmo di questo racconto fatto di osservazione, stupori e rivelazioni, e che per fiancheggiamenti progressivi, traccia un percorso di avvicinamento all’amara conclusione di un volto. In quel volto, tutta la disincantata amarezza di George Longfish, pittore contemporaneo irochese: “Con la tua mano da indiano, liscia i tuoi jeans Levi’s e sali a bordo del tuo camioncino Toyota, nel mangianastri infila una casetta: Mozart, Led Zeppelin, oppure un nastro di canti Sioux da cerimonia. Getta poi la tua testa all'indietro e sorridi... coraggio! sei solo un sopravvissuto di una popolazione colonizzata!”.
Attilio Lauria