Scatole urbane
di Eugenio Anselmo

Rinvenire in una scatola di scarpe o di caramelle e biscotti, in cartone o in latta, quelle che io definisco le mignon, le prime piccole pellicole fotografiche, ancora custodite e conservate, è una delle esperienze piu significative che può capitare in molte case di Cosenza vecchia. Gli album verranno solo nel dopoguerra, prima erano in pochi a potersi permettere un album. Per lo più alla rinfusa, una forma di entropia e disordine apparente, le scatole contengono piccole cartoline illustrate private. In una di queste scatole ho rinvenuto “il raduno pubblico della spianata di collegamento fra Corso Telesio e la Villa Vecchia” ad opera del prefetto Flik nel ‘900; ma ciò che più affascina nella perlustrazione della scatola di cartone è la quantità di mignon appartenenti allo stesso tema: il matrimonio, le gite, gli eventi sportivi misti a manifestazioni politiche, religiose ed altro. Ognuno di questi temi, dal privato al pubblico, illustra un paesaggio urbano fatto di piazze, chiese, palazzi, giardini, insieme a molte altre configurazioni urbane aperte e pubbliche. Spesso si assisteva all’evento fotografato in quel luogo come semplice spettatore. Questo paesaggio della memoria privata rappresenta il nocciolo di un palinsesto paesaggistico, che riconoscendo il valore demo-etno-antropologico attiva l’individuazione dei fondali architettonici di una città, ancora viva, paragonabile per alcuni aspetti al grande documentario Alinari, fin troppo conosciuto.


Partendo dalla perlustrazione della scatola, si avvia un percorso di conoscenza che pur escludendo l’interno domestico, anticipa una trasmissione architettonica tutt’altro che scontata e conosciuta: non solo i grandi monumenti e i grandi eventi, ma anche quel paesaggio urbano normale e quotidiano, ricco di intensità, note, profumi e musiche. Altre scatole, metafore di un messaggio conservativo differente si associano alla documentazione su pellicola: cristalliere, cassetti e cassepanche, alcune librerie e nei casi eccezionali intere stanze del libro, gli studi e le biblioteche private come scatole di un sapere in via di estinzione. Scorci, frammenti e pubblicazioni non più in vendita, l’altro lungometraggio delle storie di una città che aveva una propria egemonia culturale. Fra i libri riposti in una cristalliera di una vecchia casa ho trovato intere raccolte della Bietti, di Mursia e la Scala d’Oro della Utet, abaco dell’adolescenza e libri per ragazzi, da Kipling a De Foe, da Salgari a Dumas, intervallati da saggi di storia locale, religiosa e civile. Quel che resta di questo patrimonio, un patrimonio in scatola, potrebbe diventare pubblico, uscir fuori dalla scatola e candidarsi a sostenere uno degli aspetti piu importanti di rinascenza della nostra città: la marca di un patrimonio fatto di materia segmentata che non può escludere una vera storia documentaria della città vecchia come patrimonio pubblico vincolato. È suI vincolo che si attiva l’eventuale egemonia culturale, non sui pub, ristoranti ed enoteche, anche ricordando Salfi, il primo Cinema Comunale e tante altre destinazioni perdute. Dalla foto al libro ed a tanto altro ancora, ricordo l’acquisto alla Fiera di S. Giuseppe di un piccolo volume edito da Condello e stampato da Alighieri dal titolo Telesio ad opera del Martirano. Una narrazione ed una storia che penso vada adottata come libro di testo delle materie storiche nelle scuole cittadine. Io ti racconto di Telesio, le cose importanti, i viaggi e gli studi, il paesaggio e la rinascenza, una personale interpretazione del mondo dell’Accademia, degli inquisitori e delle virtuose connessioni culturali.


Ma quel che più mi ha interessato in questo piccolo testo è la puntigliosa descrizione di alcuni luoghi, un percorso importante se riferito al progetto leggero o dell’analogia. Voglio riportare alcuni passi; il primo voglio definirlo di Adone: “Mi specchio sull’acqua limpida del Naviglio e penso alle onde tumultuose del Busento che dal giardino di casa sembrano l’eco di fasci di luce”. Il secondo viene definito della Descrizione: “La collina che dal Pancrazio in un trionfo di verde degrada mollemente verso il Busento è punteggiata qua e là da palazzi signorili che hanno attorno, come la corona di un re, case smozzicate dal tempo che le corrode fino ad esporre al sole che sorge dalla Sila le pietre ferrigne incastonate nella malta che è dura come il ferro. Là dove il muro di cinta del convento dei frati francescani lambisce un giardino fiorito che odora di crisantemi precocemente sbocciati, una siepe di biancospini nasconde agli occhi indiscreti dei fedeli che affollano la chiesa, il palazzo turrito dei Telesio.


A tre piani. In pietra color rosa sfumato di Mendicino, con le cantonate a faccia vista. Al primo piano soltanto finestre, ben munite di inferriate a treccia, in un simmetrico gioco geometrico. Al centro il portone. In legno massiccio, con al centro un batacchio in ferro battuto. Balconi, tondi, al secondo e al terzo piano. A pancia. Come timidi baldacchini”. Il passo di Adone e quello della Descrizione ha generato il progetto denominato Il giardino di Telesio nel pieno rispetto dell’architettura analoga o del progetto leggero.
Diceva Aldo Rossi: “il disegno è piu chiaro di mille parole”. Questo scritto sulla scatola interpreta la corte urbana adiacente la Casa del Sole (un luogo residuale e dimesso) con i disegni di fianco riportati. Titolo del testo: “Scatole Urbane”.